Vi racconto la FIAT

Dopo gli splendori degli anni ’60 e la catastrofe degli anni ’80 la FIAT è ripartita.

Fiat ha preso molto dal nostro Paese ma  ha restituito molto poco, anzi niente.

Due illustri personaggi quali Stéphane Hessel, scrittore e diplomatico francese recentemente scomparso e Edgar Morin filosofo e sociologo, nel loro libro “il cammino della speranza” ammoniscono: “Il capitalismo finanziario non è capitalismo produttivo, è il suo parassita, che dirotta i capitali del primo verso la speculazione del secondo”.

Purtroppo da noi, in Italia, il primo ha sempre preso il sopravvento sul secondo: il nostro carattere individualista non ci ha permesso di guardare oltre il cancello di casa nostra, i nostri imprenditori hanno sempre guardato al veloce rientro dei loro investimenti e non ad una programmazione a lungo termine, la ricerca non li ha mai entusiasmati, la sera volevano vedere i “cassetti col denaro dentro” -una gestione tipica per una pizzeria-  denaro che nella maggior parte dei casi sarebbe poi stato investito nel campo finanziario togliendo così risorse ad investimenti che avrebbero potuto in futuro ripagare abbondantemente e per lungo tempo coloro che li avessero fatti.

E così per noi lo è stato nel mercato dell’auto,  la politica della Famiglia Agnelli dopo gli anni ‘60 é stata di non credibilità nello sviluppo di tale mercato e i capitali guadagnati sono stati perlopiù reinvestiti nel campo finanziario finendo per indebolire quello principale.

Dalla posizione di preminenza che il nostro paese deteneva a metà anni ‘60 (non dimentichiamoci che tale mercato  in quegli anni era il nostro fiore all’occhiello, le nostre autovetture sportive quali Ferrari, Maserati, Lamborghini, De Tomaso, Iso Rivolta e le stesse Alfa Romeo e Lancia erano ambitissime ovunque), la FIAT da sola aveva una quota del 21% in Europa e del 6% nel resto del mondo che la classificava al 5° posto come produttore mondiale di auto dopo le tre americane e la tedesca Volkswagen.

Sempre per fare un accenno, ora relativo agli  agli anni ’70, dobbiamo ricordarci che in quegli anni la nostra economia e di conseguenza l’industrializzazione del paese procedevano a gonfie vele, eravamo più forti della Gran Bretagna, vicini ai Francesi e in competizione con la Germania ma proprio a causa di quella visione ristretta del capitalismo finanziario che non obbligava ad obiettivi di crescita programmati, l’enorme impianto industriale italiano che fino ad allora procedeva senza intoppi, con l’inizio degli anni ’80 iniziò a vacillare, i gruppi industriali più importanti sia privati che pubblici -e questa fu una aggravante determinante- avevano più interesse ad acquistare BOT ad alto rendimento-fino al 20%- piuttosto che produrre, vendere e pagare tasse e salari agli operai: si facevano dunque gli investimenti finanziari al posto degli investimenti produttivi.

La Fiat, dopo aver acquisito negli anni 80 quasi gratuitamente gli stabilimenti Alfa-Romeo -per gentile omaggio del nostro governo di allora targato Craxi-  nonostante un’offerta molto interessante da parte di Ford,  (la Fiat  offrì 8000 miliardi complessivi ma alla resa dei conti non ne furono pagati neppure un migliaio)  dopo l’acquisto a prezzi stracciati della Lancia,  perse progressivamente quote di mercato; la qualità del prodotto, la mancanza di innovazioni, la limitatezza dei modelli e l’assenza di quella programmazione a medio-lungo termine caratteristica determinante per un settore che deve forzatamente prevedere il futuro, fecero precipitare la casa automobilistica di Torino che  sebbene supportata dai due prestigiosi marchi acquisiti, non riuscì a raggiunge il 6% in Europa e venne addirittura superata dal gruppo BMW produttore di modelli di fascia medio alta con mercato decisamente più limitato.

Nel 2000 FIAT si allea con General Motors ma l’unione avrà breve durata, dopo soli 5 anni il sodalizio verrà sciolto. Nel frattempo dopo la morte dell’Avvocato Agnelli avvenuta nel 2003 e subito dopo quella del fratello Umberto nel 2004, l’azienda nomina Sergio Marchionne amministratore delegato e inizia da allora la profonda trasformazione del gruppo che porta l’azienda, ora chiamata Fiat Group, verso un progressivo e continuo incremento delle vendite ed un riposizionamento sul mercato. In quegli anni, le perdite accumulate dal fallimento della Stilo nei primi anni 2000 ammontavano a 2,1 miliardi di euro.

Oggi, dopo la lunga e profonda crisi del mercato automobilistico iniziata nel 2008, grazie anche all’operazione di fusione con Crysler che le ha permesso l’ingresso in quella fascia di mercato che l’assurda politica aziendale aveva abbandonato, FIAT dopo una prima fase di rilancio nella quale il marchio ha riguadaganto fette di mercato, ha furbescamente spostato la sede legale verso lidi più amichevoli sul piano del pagamento delle tasse,  sta tornando a livelli di competitività che non si vedevano da decenni, ma possiamo ancora dire che FIAT è un’azienda italiana?

Aldo Verdigi

 

 

Vi racconto la FIAT ultima modifica: 2018-03-18T15:07:32+00:00 da aldo verdigi
Written by aldo verdigi

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